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Abitare

Ai lupetti si insegna a “non lasciare tracce”; agli scout e alle guide si chiede di costruire ciò che è essenziale per sostare in quella radura per tutta la durata del campo. Il rover e la scolta sanno già che il luogo della sosta sarà loro per il tempo che li separa da una nuova partenza.

Per me, adulto scout, sono sufficienti questi riferimenti per abitare il mondo nel tempo che mi è dato? Propongo alcune considerazioni. Due traggono spunto dal prologo del Vangelo di Giovanni.

“Venne ad abitare in mezzo a noi”

Quello che viene detto è un abitare “in mezzo”. L’esatto contrario della ricorrente tentazione di cercare un “altrove”, anche se è vero che ciascuno di noi ha, almeno qualche volta, desiderato di andarsene lontano dalla confusione, dal quotidiano dei tanti così diversi, da chi ci coinvolge nelle proprie vicende, da chi ci ruba il tempo e la libertà e ci distrae dalle nostre faccende. Lo stare “in mezzo” non è sempre e necessariamente comodo: espone agli sguardi, alle parole, ai richiami, alle richieste e, qualche volta, al giudizio ingiusto. Ciò merita più di una riflessione, ma ne suggerisco solo una nei riguardi dello sguardo cui ciascuno è esposto e, per converso, che ognuno rivolge sull’altro. Lo sguardo porta dentro di sé tutta la “tensione”, positiva o negativa, nei riguardi dell’altro, comunica pazienza, attenzione, cura o, piuttosto, indifferenza, fastidio, ostilità; svela se l’altro mi sta a cuore, se la sua difficoltà è compresa davvero, se riconosco la sua gioia o la sua paura, se la sua attesa mi appassiona. Dice qualcosa che le parole talvolta non dicono, quando ci sono, esprime un desiderio di bene, la passione per la vita, per la verità, per la giustizia o, piuttosto, l’ossessiva ricerca di sé.

Ma non è tutto qui. Lo sguardo genera un’attesa di parola, la parola fa sperare in gesti e azioni concreti. L’azione individuale è sempre essenziale, ma c’è poi un’azione collettiva, che se muove dal bisogno di rimuovere le cause profonde di una sofferenza per un miglior bene offerto a tutti, diventa azione Politica. Non c’è Buona politica che non sia frutto del tempo dedicato a coltivare la passione per l’altro.

“Si fece carne”

Questa condizione precede, nel prologo del vangelo di Giovanni, quella del “abitare in mezzo”. Ne è condizione necessaria. Essa rimanda all’essere tutti vulnerabili, esposti e sensibili al dolore e alla violenza ma anche portatori di “vita” e cercatori di “bene”. Dalla consapevolezza dell’essere “carne” di ogni persona non scaturisce soltanto l’imperativo dell’assoluto rispetto dell’altro e della sua tutela: l’incontro può avvenire soltanto nella dimensione dell’umano, che è fatto, prima di tutto, di bisogni molto concreti (cibo, abiti, casa …).

Al centro l’Umano

La dimensione dell’umano è “prima di tutto”. Non potremo, quindi, in nessun modo e per nessuna ragione eludere le richieste di giustizia, equità sociale, possibilità di una vita degna, accesso all’acqua, al cibo, alla casa, al lavoro, all’educazione, alla sanità, alla scuola … Nelle tirannie delle ideologie (laiche o religiose) o dell’economia, come accade anche oggi, una qualche forma di potere pretende di disporre degli argomenti sufficienti per decretare l’esclusione totale o parziale di qualcuno da uno di tali diritti, se non addirittura dalla vita: in questi casi si decreta che al “centro” c’è qualcosa di più importante della persona. Si tratta di forme di idolatria.

Locale e globale

Abitare là dove siamo a vivere, stando “in mezzo” richiede semplicemente di essere “buoni Cittadini”, che è altra cosa dall’essere cittadini “buoni”. Nello scautismo la sintesi di ciò è nell’espressione “fare del proprio meglio”, che non precisa né come né quando, che non si riduce a qualche occasione o a qualche ambito, poiché sottende che nulla mai possa essere escluso. Ma nemmeno propone una misura, perché presume una disponibilità all’unico tipo di competizione ammesso, quella contro se stessi; nessuno dovrà temere altro giudizio perché la strada indicata è quella dell’essere in pace con se stessi. Il mondo non può solo migliorare: non può farlo a motivo di un’inerzia ineluttabile che chiamiamo progresso né, come pensa qualcuno, perché ciò inevitabilmente è generato dalla competizione economica. I cieli si oscurano per le ombre delle guerre e molte vite sono gettate nella disperazione e nella fuga per la sopravvivenza. Dinanzi a ciò le nostre esistenze quotidiane, segnate dalle nostre attività private o di lavoro, sembrano piccola cosa. Tuttavia è negli incontri, nelle parole ascoltate o dette, nell’impronta del nostro modo di abitare le relazioni e i compiti che è posta l’essenza di una rivincita dell’umano sulla barbarie, della sapienza sulla cultura di seconda mano, della capacità di operare, insieme, scelte per il bene di tutti piuttosto che la difesa di privilegi e poteri che ci avvolgono. La vicenda ambientale, a tema in queste ultime settimane, è emblematica: sappiamo molto bene che il destino dell’unico pianeta che abitiamo richiede donne e uomini disposti a sentirsi corresponsabili di tutto e di tutti e quindi attenti a disseminare, là dove sono, consapevolezza, stili personali affidabili e leali per generare un futuro “possibile”.

Rinnegare gli idoli – purificare la nostra fede

Il predominio delle ragioni economiche è stata per molti la “dottrina” da accogliere senza discussione. La crisi ha però avvolto le società occidentali e ha fatto comprendere che quanto pareva definitivamente acquisito è messo in discussione dall’incalzare di migliaia di donne e uomini ai quali la divisione dei compiti aveva assegnato una parte da comprimari, se non di semplici produttori di beni in società senza diritti e senza capacità di offrire condizioni degne e protezione. Anche all’interno delle società occidentali si sono risvegliati istinti di rivincita, con lo sbandieramento, da un lato, di chiusure e rigidità, e dall’altro di assurdi ritorni a visioni totalizzanti di una religione che pretende di essere Stato. Ci attende allora una sfida impegnativa e profonda: siamo chiamati a concorrere a una radicale purificazione delle nostre fedi religiose, perché per abitare nel mezzo di una realtà plurale tolleranza, accoglienza e ascolto del diverso da noi sono condizioni necessarie, ma non più sufficienti. La città da abitare e da costruire per domani è probabilmente un “altrove” rispetto alle convinzioni di ciascuno. Quell’altrove chiamiamolo pure “la città di tutte le donne e di tutti gli uomini”: ma dobbiamo essere coscienti che la qualità e il valore delle nostre radici di fede si potranno manifestare soltanto nella loro capacità di generare “bene”. Per chi crede di essere persona di “fede” è urgente intraprendere, con coraggio e determinazione, la strada che anche il Papa sembra volerci indicare: si tratta di andare a ricercare l’essenziale, ovvero il volto di un Dio non ripiegato a strumento di qualche potere, a tappezzeria dei nostri salotti o gingillo dei nostri gioielli, a giustificazione delle nostre teorie o certezza umane. Siamo chiamati ad essere disposti a rivisitare convincimenti e costumi che nel corso dei secoli si sono stratificati generando grandi commistioni e involontarie confusioni, senza paura perché il messaggio che abbiamo ricevuto da Gesù Cristo è certamente di liberazione e di vita per tutti.

Bruno Magatti Comunità di Como

Tratto dal n.1 – 2016  In Cammino periodico del Masci Lombardia

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