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La “frontiera”, luogo di incontro, di pace e di amicizia

Lo scautismo ha invece una identità sua propria da mettere in gioco. Dice il Piccolo Principe: “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già confezionate. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici”. L’amicizia, l’ascolto, la relazione e la visita, che sono tipici dello scautismo, penso siano le cose più importanti per i rumeni d’oggi, che per più di vent’anni hanno subito il terrore del regime di Ceausescu, senza possibilità di parlare, confrontarsi, conoscere e nutrire amicizie.

L’episodio che vi voglio raccontare è avvenuto in modo del tutto inatteso e non cercato, provocato da un’iniziativa dell’Unione Europea che, con il progetto IMCoD, Intercultural Methods of Community Development (Metodi interculturali di sviluppo comunitario), promuove la reciproca conoscenza dei cittadini europei.

In questo contesto a Kràiova, in Romania, nel novembre 2010 è avvenuto un incontro di delegazioni di preti, diaconi e religiosi provenienti da 5 diversi paesi (Italia, Bulgaria, Estonia, Norvegia e Romania). L’obiettivo era la ricerca e la definizione di iniziative esemplari, vantaggiose per lo sviluppo delle comunità rurali dei rispettivi paesi. L’occasione era quindi esterna all’ambito MASCI e io ho partecipato con la mia parrocchia in quanto diacono.

Noi italiani avevamo inteso il convegno come un incontro ecumenico tra fedi diverse (cattolico-romana per gli italiani, luterana per norvegesi e estoni, ortodossa per rumeni e bulgari). L’impostazione era invece del tutto laica e questo è stato molto positivo perché ha by-passato secolari frontiere e diffidenze confessionali.

Abitavamo tutti nello stesso albergo per cui il primo incontro tra le delegazioni fu molto informale e gioioso. Eravamo accomunati da molte ore di viaggio. Il gruppo italiano era stato il primo ad arrivare; quello bulgaro, proveniente in macchina da Sofia, era in grave ritardo mentre di quello estone non si sapeva più nulla. Questo “perderci” rese molto caloroso l’incontro nella hall dell’albergo. Ma era molto tardi e tutti salimmo nelle nostre camere.

La mattina dopo, durante la colazione, ognuno era alla ricerca di panini, marmellate, uova e bacon e nei percorsi tra il tavolo e il buffet ci si incontrava e ci si salutava, un po’ incuriositi l’un l’altro ma sicuramente accomunati dalla grande fame. Ecco fatto. Ci eravamo conosciuti.

Il primo incontro fu di auto-presentazione dei gruppi. I pope rumeni e bulgari erano vestiti di nero e statuari, vicini tra loro a motivo delle traduzioni. Ai bulgari la traduzione era fatta in russo; a noi italiani un interprete traduceva il rumeno in inglese e uno di noi traduceva in italiano. E’ stato a questo punto che un pope si è staccato dal suo gruppo per sedersi vicino a noi. Era un simpatico parroco ortodosso rumeno, padre Mario. La nostra amicizia fu immediata anche perché conosce benissimo l’italiano in quanto dopo l’uccisione del padre da parte della polizia di Ceausescu, era espatriato in Italia per 10 anni, facendo tutti i mestieri, prima di tornare in patria per fare il prete. Una persona molto cordiale, buona, sposato e padre di tre figli, spiritualmente profonda.

Nella pausa caffè il clima si era ormai fatto familiare.

Devo dire che data la mia età (sono nato nel 1950) nel mio immaginario i Rumeni erano “gli altri”, quelli posti al di là della frontiera di ferro, “i nemici” e per questo ero ancora più felice di conoscerli. La somiglianza della lingua rumena alla lingua italiana facilitava i contatti, per i rumeni. Per noi italiani invece il rumeno rimaneva incomprensibile.

Nel pomeriggio del primo giorno visitammo tre Centri Sociali, gestiti in città dall’Arcidiocesi di Kràiova: uno per l’infanzia, uno per i senzatetto e uno per persone disabili. Abbiamo così conosciuto un pezzo di storia dei rumeni che vediamo in Italia, che alle volte lasciano a casa i figli e i nonni per poter venire da noi e mettere da parte qualche soldo. Le condizioni economiche della Romania infatti sono critiche e spesso il reddito è di soli 100 Euro al mese. Per questo l’emigrazione è enorme. Da noi i Rumeni sono quasi un milione, dei quali molti vivono in Italia da anni, con la loro famiglia, e sono perfettamente integrati. Ma molti vivono il soggiorno in Italia in una situazione provvisoria e difficile. Hanno lasciato a casa una parte della famiglia e ritornare a casa non è facile.

Al mattino ogni gruppo nazionale iniziava la giornata con la recita del Padre nostro e tutti gli altri a seguire, contemporaneamente ma ciascuno nella propria lingua. La diversità rimaneva perché non faceva problema anzi era motivo di interesse e di scambio: uguaglianza e diversità (la frontiera) sollecitavano una reciproca conoscenza.

Alla sera tornavamo in albergo per la cena, cercando di suddividerci fra i vari tavoli per non rimanere “prigionieri” del nostro gruppetto italiano. È stata questa un’ottima idea, nonostante la nostra debolezza in inglese, perché ci ha consentito di stabilire relazioni fraterne e quindi di scambiarci notizie e pareri con libertà, senza intenti agiografici, anche nei confronti delle nostre Chiese.

Il terzo giorno abbiamo fatto un’escursione con visita ad un bellissimo monastero femminile, abbiamo pranzato in una parrocchia dove ci attendevano piatti tipici e molto gustosi. Ogni commensale era provvisto di mezzo bicchiere di grappa di prugne (zigua) per il brindisi di inizio! Si susseguivano durante il pranzo ancora molti brindisi e il clima si faceva caldo e gioviale: tutti parlano con tutti e a voce alta. Ma anche quanta tristezza per le parole scambiate poco prima con una ragazzo ormai alla fine degli studi e senza prospettive di lavoro. Nel parlare con lui mi aveva colpito, affascinato e sorpreso la grande amicizia e confidenza verso l’Italia, un atteggiamento abbastanza generalizzato dei rumeni nei nostri confronti, forse dovuto anche alla vicinanza delle nostre lingue.

Emergevano intanto anche le Buone Prassi, obiettivo primario del nostro convegno, con l’emergere però di fatti imprevedibili. Per esempio per i Rumeni era molto interessante il tema delle società cooperative che, come noto, limitano fortemente l’importanza del capitale perché si basano soprattutto sull’attività manuale e intellettuale dei soci. Questo sembrava adattarsi bene all’attuale situazione economica rumena. E’ emersa invece una grande difficoltà perché per decenni le iniziative sono state pianificate e imposte dall’alto (dallo Stato) e la gente fa fatica a mettersi in gioco aprendo una qualsivoglia attività d’impresa.

Il dopocena dell’ultimo giorno di permanenza era grande la commozione per giorni così belli trascorsi assieme. Per tutti iniziava il momento del bilancio dell’esperienza fatta.

Con l’aereo avevamo varcato con facilità la “frontiera geografica” Italia-Romania. Con la convivialità e una certa curiosità avevamo varcato la “frontiera relazionale”. Ma avevo scoperto l’esistenza di una ulteriore “frontiera intima e nascosta”, come esistessero in me stesso due parti tra loro avverse: mi ero commosso visitando i centri diurni dove vengono raccolti i figli e gli anziani dei rumeni venuti in Italia. Contemporaneamente, come tutti noi italiani, mi avvantaggio della presenza degli stranieri che lasciano la loro patria, con tanto sacrificio per sé e per le loro famiglie rimaste a casa. Ero rattristato ma anche contento perché l’aver toccato con mano questa contraddizione poteva farmi sperare di fare qualcosa di buono per superarla.

Partiti da Kràiova abbiamo subito fatto scalo a Timisoara, seconda città della Romania per importanza, e questo è stato provvidenziale. L’atrio delle partenze era gremito di italiani; imprenditori venuti in Romania per speculare sul minor costo della mano d’opera locale. Si lamentavano della situazione con epiteti dispregiativi nei confronti delle maestranze rumene.

Allora ho intuito che in una situazione come quella attuale, di grande difficoltà e di grande corruzione della classe dirigente rumena, è meglio lasciar perdere il pensiero di “aiuti concreti”.

Inoltre varcare la frontiera solo con elargizioni di denaro o aiuti concreti è una “beneficienza” che non favorisce l’autonomia economica e morale di chi riceve ma spesso provoca assuefazione e umiliazione.

Lo scautismo ha invece una identità sua propria da mettere in gioco. Dice il Piccolo Principe: “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già confezionate. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici”. L’amicizia, l’ascolto, la relazione e la visita, che sono tipici dello scautismo, penso siano le cose più importanti per i rumeni d’oggi, che per più di vent’anni hanno subito il terrore del regime di Ceausescu, senza possibilità di parlare, confrontarsi, conoscere e nutrire amicizie.

La “rete” tra le Comunità scout di tanti paesi del mondo è, secondo me, uno strumento adeguato per contrastare le troppe frontiere che ci tengono chiusi in noi stessi e prigionieri dei nostri limiti.

Sento molto vicino quindi il discorso di Bruno in merito alla leggerezza da avere nell’oltrepassare una frontiera, all’importanza della sensibilità personale del desiderio innanzitutto di ascoltare. Anche perché faciloneria e presupponenza (“faccio tutto io”) sono pericolosi e possono fare molto male. Non conosciamo “a priori” le povertà e le ricchezze reciproche e il bello è proprio il cammino comune, nel quale la reciprocità sia garanzia di verità e amicizia. Volete mettere la bellezza della parola scambiata, dell’abitare e mangiare insieme, della visita e dell’accoglienza!

 Beppe Bovina
Comunità Masci di Sammartini
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