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1951: l’alluvione del Po, i rover

Il racconto, iniziato al Fuoco di Bivacco della 12^ Route Natura Masci del 12/13 settembre scorso in San Benedetto Po, dedicata a “Il grande fiume Po e i suoi personaggi” prosegue ora “ad abundantiam”:
Paolo Linati non poteva immaginare, come d’altra parte io stesso, di aprire un “vaso di Pandora” invitandomi a raccontare l’esperienza dell’alluvione del fiume Po nel novembre 1951, quando rover e capi scout della Lombardia intervennero in aiuto delle popolazioni alluvionate lungo il corso del Po fino in Polesine.

IL PO

Il primo incontro col Po dei rover del clan La Rocchetta, accompagnati da Baden (don Andrea Ghetti), in quella piovosa domenica del novembre ’51 fu notturno. Provenienti direttamente dall’uscita di clan al santuario de la Rocchetta, dopo una breve sosta in Burigozzo, un gruppo di rover partì su camion dell’esercito per Piacenza. Fu una notte di lavoro e di ansia per il rischio che gli argini del Po cedessero.

Notte condivisa con giovani militari del genio, tutti impegnati a riempire sacchi di terra per rinforzare gli argini in pericolo di rotture; solo all’alba “poco alla volta si riuscì a fermare l’ondata che rischiava di allagare prati e cascine”.

Questo intervento di emergenza sul Po fu il primo e più breve dei due svolti in quei giorni di grande sofferenza e trepidazione.

Tutta l’Italia stava col fiato sospeso seguendo via radio, ora per ora, il decorso dell’ondata di piena del Po che, quando arrivò nella bassa Val Padana, ruppe l’argine alla Fossa di Polesella, famosa per precedenti disastri, inondando estese zone della sponda nord, del basso Rodigino e del Polesine.

Fu alluvione! Le acque del Po e le piene degli affluenti si riversarono nelle terre del Polesine fino ad oltre Rovigo, compresa la cittadina di Adria.

Subito a Ponte Corbola sulla strada per Adria, diventato l’ultimo punto di terra ferma, fu installata una base logistica, comandata dal generale Petroni, per le operazioni di accoglienza e sfollamento della popolazione proveniente dai territori inondati.

Fu il secondo intervento, che si protrarrà per oltre dieci giorni, dei rover provenienti dai clan la Rocchetta, Milano IV Veritas di Milano e da altri clan della regione.

Dalla sede scout di via Burigozzo partì una mini-colonna di tre automezzi militari per il Polesine con a bordo i rover. Era il pomeriggio di domenica 18 novembre 1951. Nel frattempo in Burigozzo si organizzò un centro soccorso, dove operavano notte e giorno con grande impegno un nutrito gruppo di scolte dell’AGI.

L’ALLUVIONE

In viaggio da Milano al Polesine

La responsabilità della missione rover fu assegnata a Michel Du Bot, coadiuvato d Nando Paracchini, capoclan della Rocchetta.

Dopo un viaggio allucinante che durò tutta la notte si giunse a Ferrara, ormai vicini al Polesine, dove fu preso contatto con un sacerdote, responsabile della POS (Pontificia Opera Assistenza, l’antenata dell’attuale Caritas), che stava organizzando gli aiuti per accogliere gli alluvionati che avevano dovuto lasciare le loro case. Ci indirizzò a Ponte Corbola, punto critico, per dare un primo soccorso agli abitanti in fuga dalle acque; arrivammo di primo mattino. La drammaticità della situazione e l’ansia di portare aiuto ai polesani così gravemente provati segnarono questo secondo intervento, chiamato “La missione Ponte Corbolo”.

Il Polesine sott’acqua

Dal comando di Ponte Corbola dipendevano tutte “le forze” presenti: esercito, vigili del fuoco, Croce Rossa, POA e il contingente scout, impegnato in questa missione di servizio. Dalla base logistica passarono oltre un centinaio di rover, che si alternarono in turni di tre-cinque giorni. Questi ricordi, pur tanto lontani, continuano a parlarci in modo chiaro ed intenso di quei giorni tristi e insieme della nostra presenza, tesa a offrire concretamente accoglienza, aiuto, speranza a donne, uomini, bambini sofferenti per tanta desolazione, per quel silenzio innaturale che la distesa d’acqua grigia e fredda aveva portato con sé, seppellendo ogni segno di attività umana e di vita.

I ROVER E LA MISSIONE IN POLESINE

Inizio del servizio

All’arrivo a Ponte Corbola potemmo subito entrare in azione, in collaborazione con il contingente militare e gli altri gruppi di servizio. Il nostro “battesimo” fu di accogliere e di rifocillare i primi abitanti del territorio alluvionato, che avevano dovuto abbandonare le case, salvati con l’aiuto dei mezzi anfibi dei pompieri, insieme a quelli della stessa città di Adria, completamente accerchiata e invasa dalle acque.

Ai capi e ai rover furono affidati compiti diversi, come.

Affiancamento del Comando Militare, alle dirette dipendenze del generale
Compiti di natura organizzativa, logistica, esplorativa
Proseguimento delle attività di aiuto a carattere assistenziale e di animazione dirette agli sfollati, ai bambini e ragazzi.

Queste ultime furono le più numerose e importanti per la maggior parte dei rover, svolte in collaborazione con i militari, la Croce Rossa, la POA. Importante fu assicurare il collegamento con “la succursale” in Adria della Base logistica per lo smistamento dei generi di conforto: viveri, indumenti, medicinali. Compiti e mansioni svolti dai rover con attenzione e responsabilità, con vero senso del servizio, come riconosciuto dal comandante militare.

Al lavoro sul campo: ricordi personali

Dal vaso di Pandora dei ricordi emergono anche quelli personali, che riguardano il disastro naturale per le sue dimensioni e la sua violenza distruttiva, ma soprattutto per le sue dimensioni umane. Abbiamo incontrato una intera popolazione in cerca di una salvezza, dopo aver dovuto abbandonare ogni cosa: lavoro, casa, campi; rimastra priva di un futuro, di una speranza.

Dal ponte di Corbola, girando lo sguardo verso l’orizzonte, davanti a noi la visione che si presentava era impressionante, agghiacciante. Gli effetti dell’alluvione colpivano in tutta la loro drammaticità per l’estensione a perdita d’occhio da sembrare senza limite. Ogni segno di vita era sparito, sommerso da una distesa di acque limacciose, immobili: una vera desolazione. Case, campi, strade erano spariti alla vista. Emergevano qua e là solo le chiome degli alberi ad alto fusto, i tetti e i piani più alti delle case coloniche.

Per alcuni di noi l’impressione fu ancora più forte quando, dovendo esplorare con i mezzi anfibi dei pompieri o le bagnarole del genio il territorio per renderci conto della situazione nei paese e nelle cascine sparse nella campagna allagata, fu possibile osservare l’inondazione dall’interno.

Questo disastroso stato del territorio era reso ancor più grave ai nostri occhi e alla nostra sensibilità dalle condizioni a dir poco pietose degli alluvionati salvati dalle acque quando, giunti sulla terraferma al ponte di Corbola, cercavamo di rifocillarli prima di avviarli ai centri di aiuto allestiti nelle città vicine.

Riandare con la memoria a quei giorni dopo tanti anni permette di riconoscere in quell’intervento di soccorso le caratteristiche proprie di un tipico servizio rover: mostrare di saper affrontare, in stato di emergenza, situazioni pratiche, da quelle organizzative a quelle tecniche, ma soprattutto di sapersi far carico, di prendersi cura di tante persone, fratelli e sorelle così profondamente provati nella loro vita, è proprio di quello stile scout che il roverismo nascente cercava di far maturare nel cammino educativo dei clan.

Collaborazione col Comando militare

Il servizio svolto dai rover, il loro atteggiamento responsabile, disponibile, sempre pronto all’impegno trovò eco nella lettera che in gen. Petroni, capo missione, inviò a Nando. In essa il generale esprime riconoscimento e apprezzamento ai responsabili e ai componenti la missione rover per “aver potuto insieme dare subito l’avvio a quella coordinata attività assistenziale che era tanto richiesta per dare un fisico sollievo ed uno spirituale conforto a tanti amatissimi fratelli del Polesine così duramente provati dalla sorte, dando atto dell’opera sagace e redditizia data in questa grave congiuntura.”

La Missione Ponte Corbola è finita

La presenza dei rover a Ponte Corbola si concluse con la S. Messa al campo celebrata da padre Vittorino dell’Addolorata domenica 25 novembre, presenti numerosi soldati, il comando militare, il responsabile della POA, le autorità municipali.

Per i rover impegnati in Polesine un forte sostegno e un conforto morale fu quello, come già ricordato, di sapere che a Milano funzionava giorno e notte il “Servizio di permanenza” gestito da rover e scolte, utilissimo per ogni tipo di emergenza e di aiuto ai rover della Missione Polesine.

Rover in cerchio in Polesine: scuola di vita

Quale eco trovò all’interno del mondo scout, del roverismo in particolare, questa esperienza? A quasi sessant’ anni di distanza appare chiaro che il primo significato fu di aver vissuto quella Missione in unità di intenti, di fraternità sia tra i rover direttamente impegnati sul campo che con quelli che accompagnarono da Milano l’intervento.

Fu un’esperienza di amicizia concreta tra noi e con gli alluvionati, che ci aiutò a crescere. Il grande gioco si era fatto gioco adulto, dove si apprese a giocarsi in prima persona. Scoprimmo una nuova consapevolezza del roverismo nascente, dei suoi contenuti e di un metodo per praticarlo. Mi rivedo in quei giorni come in un “cantiere aperto”, una scuola sul campo di vita rover che segnò profondamente non solo i rover direttamente coinvolti, ma i clan lombardi e non. Fu costruito un tratto di quella “massicciata”, “il roverismo”, come usava chiamarla Baden, che si cercava di “gettare”, di “progettare”. Massicciata su cui i fratelli più giovani avrebbero potuto camminare, sviluppandola con il loro originale contributo, a partire dalla scoperta dell’altro, prima tappa sulla via del servizio.

In quel “cantiere aperto” imparammo il senso e la forza di essere gruppo, di lavorare insieme, di servire insieme. E’ importante oggi saper vedere la forte parentela che si realizzò tra questa missione di fraternità e l’impresa della “Freccia Rossa della Bontà”, semi concreti di una iniziazione e di una crescita della vita rover nella comunità del clan. Entrambe le imprese furono di grande significato e prospettiva per il roverismo agli albori, impegnato nella ricerca di una sua identità e finalità e di una metodologia educativa propria, specifica, valida per vivere la Promessa e la Legge in tutte le età della vita.

I ROVER NELLA VITA DI OGNI GIORNO

L’insieme di questi vissuti furono compagni quotidiani delle nostre giornata in famiglia, di lavoro, di studio, in clan dopo il ritorno a casa dal Polesine.

Le condizioni di vita dei polesani rimasti nel loro territorio continuavano ad essere precarie in tutti i sensi. Le notizie trasmessa dalla radio, i reportage dei giornali nutrivano in noi il desiderio di stare vicino agli alluvionati, alle loro famiglie così duramente provate. Ci colpivano i loro sforzi sovrumani di riuscire a riprendere una qualche forma di vita quotidiana, di lavoro, una cosiddetta normalità, superando la mancanza di mezzi, di cibo, dello stretto necessario. Questa popolazione doveva continuamente lottare contro la povertà di ogni bene, la solitudine, finanche l’isolamento, doloroso retaggio dopo l’alluvione.

Sentivamo pressante la speranza di poter far sentire, di partecipare il calore di una presenza, di una vicinanza reale.

B.A. DI NATALE IN POLESINE

Intanto Natale era alle porte. Ecco la decisione del clan: la B.A. di Natale si farà in Polesine. Con le famiglie, i bambini attenderemo nelle loro case, ora povere e fredde come la grotta di Betlemme, la nascita di Gesù.

La vigilia di Natale, con la benedizione delle nostre famiglie, partimmo per una località del Polesine di cui non ricordo il nome. Gli effetti disastrosi dell’alluvione sulle case, sui campi, sulla vita di questi fratelli erano sempre evidenti.

Fu un Natale di grande e intensa umanità dove, come sempre, i bambini presero il sopravvento, resi allegri dalle semplici cose portate in dono: dolciumi, giocattoli, indumenti, cancelleria, libri. Il sorriso tornò a illuminare il volto di tutti. Fu veramente un Natale di bontà, un “buon Natale”.

UNA POESIA

Questa condivisione natalizia ispirò il carissimo amico Gianni Garlaschini, futuro capo clan, tornato prematuramente alla Casa del Padre. Gianni, di ritorno dal Polesine, compose la poesia “Natale in Polesine”, riportata di seguito. Il nostro amico sa cogliere ed esprimere poeticamente con grande sensibilità le emozioni, i sentimenti provati da ciascuno di noi partecipanti a questo ritorno natalizio in Polesine. Con Gianni la memoria si fa lirica.

NEL RICORDO DELL’ALLUVIONE

Il vaso di Pandora ha esaurito il suo contenuto. Ci lascia però ancora un regalo: quello di non aver dimenticato momenti di vita rover che si sono rivelati vitali, generatori di storie personali, di cammini decisivi per lo sviluppo del roverismo in Lombardia, in Italia.

“Vivere in situazione, vivere in prospettiva

Animare la situazione per realizzare la prospettiva”

Questo aforisma di don Aldo Ellena, salesiano, riconosciuto padre e maestro dell’animazione in Italia, mi pare sintetizzi lo spirito della Missione in Polesine e quello che oggi ci chiama a progettare, a proiettare con fiducia nel futuro le nostre aspirazioni, le nostre sperane, il nostro impegno di adulti scout.

Alberto Anghinelli
Comunità di Saronno

Riferimenti:

“Il clan Rocchetta. 50 anni e più tra mito e realtà”, Gruppo Scout Milano 1 ASCI-AGESCI, ottobre 2002

Ricordi personali

Quaderno di marcia

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