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Diventare persone “al servizio”

Siamo tutti, in modi diversi, reduci di qualche tempesta; taluni da un naufragio. Ognuno, in ogni caso, ha speri-mentato la debolezza e molti, in quei frangenti, hanno avuto in dono la prossimità di qualcuno che, senza nemmeno chiedere ‘permesso’, si è preso cura di loro ed è stato prezioso, forse senza sapere di esserlo. Lo è stato “gratis”.

Siamo tutti, in modi diversi, reduci di qualche tempesta; taluni da un naufragio. Ognuno, in ogni caso, ha speri-mentato la debolezza e molti, in quei frangenti, hanno avuto in dono la prossimità di qualcuno che, senza nemmeno chiedere ‘permesso’, si è preso cura di loro ed è stato prezioso, forse senza sapere di esserlo. Lo è stato “gratis”.

Che cos’ha a che fare la parola “gratis” con “servizio”? Dovremmo con realismo dire: nulla. Nell’uso corrente il termine “servizio” è associato ad una subordinazione e a un compenso e la storia è segnata da forme diverse di emancipazione dalla  servitù, cui associamo una condizione umiliata nella quale la “gratuità” è imposta.

Se al termine servizio intendiamo attribuire  un’accezione positiva, siamo posti nelle necessità di misurarci con quel rovesciamento di significato che è nella paradossale affermazione di Gesù : “chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti”. Mc 10, 43).

L’affermazione non è irragionevole: noi sappiamo che ci sono condizioni nelle quali è del tutto normale una tale idea di servizio, totale e gratuito. È il caso di un genitore nei riguardi di un figlio, ancor più se piccolo o malato, che riferisce di una situazione dominata da una relazione d’amore.

Ma dobbiamo riconoscere che nella vita quotidiana, nelle relazioni di lavoro, di prossimità e anche di familiarità tutto ciò appare francamente improbabile. È normale la competizione, la rivendicazione e qualche volta il conflitto. Le differenze di condizione sociale, culturale, economica o di salute, rendono, poi, asimmetriche le relazioni, e suggeriscono e autorizzano la  classificazione di un “più” rispetto a un “meno”, di un meglio rispetto a un peggio.

C’è un ulteriore elemento che interviene nella relazione, alle volte esplicitamente, altre in modo nascosto e conosciuto solo nell’intimo della persona: questo elemento è l’ “interesse”. Se l’interesse è esplicito e dichiarato, le relazioni possono essere di scontro, ma non sono ambigue. Se, invece, rimane implicito o viene addirittura negato, la relazione si connota in modo sostanzialmente ambiguo se non addirittura negativo. L’interesse è il nome che noi attribuiamo a ciò che si pone “tra” una persona e l’altra e si riduce alla remunerazione attesa o pretesa. Tale remunerazione non è necessariamente materiale e potrebbe consistere semplicemente nell’attesa di gratitudine, in un ritorno di stima e considerazione che potrebbe, in futuro, risultare favorevole, ma anche, più semplicemente, l’essere considerati “buoni”. Perché mi chiami buono? Solo Dio è buono, e nessun altro!” (Mc 10,18).

L’ “interesse” può contaminare il dono, connotandolo degli elementi dello “scambio” (ti faccio oggetto del mio servizio e del mio dono per avere poi qualcosa da te) e, nella sua forma più esasperata, può essere lo strumento di subordinazione o di controllo (si pensi alla mafia, che assicura protezione, lavoro, opportunità).

Dobbiamo sapere che la strada per affrancare completamente il nostro desiderio di servizio da ogni forma di interesse, anche la più perdonabile, per renderlo gratuito, è faticosa e mai completamente compiuta. Ma possiamo almeno esserne consapevoli e dotarci di qualche strumento.

Ci aiutano, in questo cammino, alcuni esercizi.

Il primo consiste nel riconoscere e accogliere le povertà che accompagnano ciascuno di noi, inevitabili manifestazioni di una natura umana esposta alla debolezza e alla fragilità,  per imparare il modo di farsi prossimi all’altro, e scoprire ciò che potrebbe sperare da noi.

Il secondo consiste nell’imparare ad appassionarsi alla vicenda dell’altro, riconoscere le speranze segrete e le cause della sua sofferenza, dell’ingiustizia e dell’esclusione patite: vuol dire scegliere di far proprie le ragioni dell’altro, le sue fatiche, le sue attese, raccogliere il messaggio di inadeguatezza, condividere le battaglie per le sue giuste cause. Ciò può essere fatto ovunque, comunque e in ogni momento.

Il terzo esercizio è abbassare il nostro “io” smisurato da ogni presunzione di onnipotenza, da ogni orgogliosa vanità, per sgomberare il campo dalla pretesa di essere indispensabili o di avere già tutto compreso.

Il diventare persone “al servizio” è un obiettivo essenziale del lavoro che ciascuno deve fare su se stesso, sia per fare “del proprio meglio”, sia per trovare, attraverso relazioni riequilibrate, quell’armonia della persona che è fondamento di una vita realizzata e felice  Si tratta di una meta mai raggiunta, verso la quale vale la pena di muovere ogni giorno i nostri passi; con disponibilità a comprometterci, a uscire dall’individualismo e a stare dalla parte scomoda.

Concludo queste riflessioni soffermandomi sulla relazione tra “gratuità”  ed “essere con”, elementi critici sia nella vita privata, sia nell’impegno pubblico del lavoro o dell’incarico politico. Se la gratuità, come abbiamo tentato di tratteggiare, è un obiettivo verso il quale tendere e la sua impronta emerge nello stile che dà forma, ogni giorno, ad azioni e relazioni, non ci potremo concedere di indulgere nei riguardi di chi si fa largo per coltivare  propri personali interessi,  né di chi ostinatamente difende condizioni e situazioni  che sono causa di esclusione o sofferenza. 

Bruno Magatti Comunità Masci di Como
per Strade Aperte
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